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Enza Armiento su WSF (28/02/2014)



WSF Centro Sociale dell'Arte
L’ALFABETO DELLA CRISI
28 febbraio 2014 · di Enza Armiento

La crisi dell’uomo di oggi, della sua vita, declinata lettera dopo lettera dall’alfabeto che la compone, procede fino ad incontrare il caos che non genera mondi nuovi, ma “repliche di credenze inabissate, quelle abitudini archeologiche”.           
Così Raffaele Castelli Cornacchia, nella sua silloge “L’alfabeto della crisi” ed. italic, passa in rassegna l’essere uomo tra crisi economica, demagogia, egemonia culturale, ideologie, politica, interrogando e interrogandosi sul senso di ciò che questo mondo va creando o inabissando o distruggendo.
“Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto
sotto questa terra
così battuta dalla pioggia
di questa notte veglia e fresca di città”
E’ già nell’incipit l’ansia che terrà l’attenzione del lettore centrata sulla ricerca di ciò che nascosto, nasconde il prezzo di ciò che oscuro non è visibile. E non è tensione bensì crisi, separazione, così come l’etimologia della parola ci suggerisce. Crisi, dal verbo greco krino , significa separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. La silloge ci porta a riflettere sia sull’accezione negativa, crisi come peggioramento di una situazione senza alcuno sbocco che il conflitto aperto; sia su quella sfumatura positiva di cui il significato etimologico della parola si compone e cioè crisi come momento di riflessione, valutazione, discernimento, presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita, per un rifiorire prossimo.
Il tempo è storia che si ripete e non scampa, non sottrae nessuno ma tutti assorbe nelle “giornate che lievitano come pane e l’autografo di idoli e di eroi” e gli uomini? Hanno ceduto il posto a comparse e simulacri e di quelli si nutrono a tenere in vita oracoli televisivi. Le nuove Vestali elemosinano visibilità tanto il non apparire significa non essere. Siamo in una forma di epopea inversa dove l’eroe non combatte, non si misura con il fato, non vive, non muore; dove l’idolo non è demolito. Il mondo ritrova una forma nuova, incomprensibile.
“…come se la storia non insegnasse che la gente, come sempre
passato presto il momento quello euforico delle illusioni
alla fine avrebbe pagato, e consumato e stentato e…
perduto, soltanto per rimarcare quanto siamo poveri”
“…e la percezione delle cose , sperdute
tanto che nella pioggia e nella cenere
c’hanno infilato un’ideologia per dire
che a decidere tocca proprio a te.”
A questo fuoco spento, alla richiesta di una ideologia che guidi l’agire, il poeta contrappone con tono potente ed incessante la forza delle sue domande che scavano la cenere a sollevare polvere e rinfocolare la vita:
“Cosa vuoi da me”, “Cosa vuoi che ti dica”, “Cosa vuoi che diventi”, “Cosa vuoi che faccia”           
E la sua risposta è spietata, non lascia spiraglio ad ambigue interpretazioni:

“No, non farò nulla di questo. Non mi infilerò nel giogo
non m’infilzerai mentre sto a cavalcioni sul tuo trono
non naufragherò galleggiante sulla tua falsa bontà
non firmerò la mia copia del tuo contratto fotocopia
e no, alla fine di tutto, non ti darò né figli né eredi
e no, solo con la forza potrai ottenere ciò che meriti
solo per il colore della tua pelle, e per il tuo profumo
solo perché di due eserciti schierati, ognuno ha il suo”
…come i treni colmi dei poveri
e quelli deserti dei ricchi, o così, come le repliche
di una commedia o come il deserto che ha confini rotondi
o quadrati, o niente di niente e niente principi e principesse
e niente astri e numeri fortunati e niente feste mascherate
questo Carnevale…”

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