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Fernanda Ferraresso su Carte Sensibili il 28 luglio 2020

APPUNTI E NOTE DI LETTURA
Fernanda Ferraresso:
“La zona rossa” di Raffaele Castelli Cornacchia

fernirosso28 luglio 2020Fernanda Ferraressonote di lettura


Tutti i linguaggi e le tecnologie si sono schierati contro un virus, qualcosa di infimo, capace di installarsi come un programma dentro le cellule del corpo, e si accresce nei polmoni per vivere producendo la fine in chi non ha sufficienti autodifese per resistergli. Morendo dovrebbe anch’esso morire ma, come tutti i viventi, cerca di diffondersi per sopravvivere esso stesso. Il virus osa superare qualsiasi confine, sgretola gli apparati immunitari oltre alle barriere logistiche delle nazioni, mette a terra, letteralmente, distruggendo le capacità di resistergli dei corpi e delle organizzazioni, da quelle sanitarie a quelle economiche e finanziarie, mette in crisi chi non ha un solido conto corrente d’intimo rapporto con se stesso.  L’economia e i mercati rimasti bloccati, gravati dalla chiusura di tutti i comparti produttivi, sono boccheggianti e chiedono respiratori artificiali, servono polmoni di verde liquidità per la ripresa. Se la crisi era dura in precedenza, ora, dopo il covid19, le speranze di ripresa sono inferiori a quelle di un corpo giovane che recupera le sue forze. Parole d’ordine ripetute in ogni casa e in ogni luogo sono quelle che affiorano anche tra le pagine del libro, anch’esso zona rossa del sentire, del guardare vedere il mondo secondo scorci che prima correvano veloci e ora sono incastrati agli occhi.

Basta non toccare. Non respirare. Non azzardarsi al sentir dolore.

Quindi non toccarmi. Non respirarmi. Sono l’avvento del tuo sapere.

E tutto si chiude intorno al corpo, visto come unico reale portatore di disastro. Vietati i contatti, gli abbracci e i baci, la famigliarità e l’intimità bandite, il corpo è un inerte, un sasso bloccato. E non si parla d’altro che di diffusione, mentre la bocca sta dietro una maschera che nasconde il senso di un volto, le mimiche facciali della relazione in atto. Maschera alla fine tutto, sentimenti compresi, repressi per motivi di sopravvivenza.
Eppure i problemi che infestano il pianeta sono tanti: inquinamento, clima, inadeguatezza delle risorse idriche naturali, mancanza di fonti energetiche alternative ai fossili, povertà e miseria, malattia, abbassamento degli indici di natalità nelle aere più ricche, crisi dei settori produttivi, sanità inadeguata e inadempiente, focolai di guerra, inquinamento radioattivo, informazione non veritiera,…
Dovremmo, per tutto questo, avere un elevato comune senso di colpa, anche se l’omologazione del sentire induce alla fine al non sentire nulla.Tutto scorre attraverso e sopra le nostre teste, ciò che capita all’altro non è noi e per questo ci si sente falsamente in salvo.       
E l’autore, da subito, dall’attacco della raccolta, ci dice con chiarezza quale sarà il clima del libro, l’attualità che ci ha coinvolti tutti e ha prodotto a livello globale un gran numero di morti. L’ospedale, il male, le cure, la perdita, tutto quel bagaglio che resta nel praticare i luoghi del male, soprattutto di un male, quale si è mostrato quello prodotto dal virus, ma in primis da noi stessi,  che ha appestato le città e le campagne, globalmente si è mostrato non governabile come tutte le altre cose  a cui siamo abituati, malattie comprese, quelle a cui eravamo abituati, in una routine di cui non chiedevamo spiegazioni. L’artificialità delle relazioni sociali, l’alienazione del vivere contemporaneo, il senso di mancanza e di impotenza, i crimini di stato e individuali, la frode, l’illegalità nelle are di governo, ma anche della finanza e della spesa pubblica, la distanza indotta e auspicata che ci ha portati a differenze sociali ancora più nette, tutto questo come fondo che ci porta in una dimensione differente e ci espropria della vita stessa, quella consueta, che ora tanto si racconta e si desidera e ci chiama a fare i conti con noi stessi, senza altri intermediari, anzi ponendoci dubbi sulla validità della parola stessa. Ognuno di noi, nessuno è escluso, è chiamato  ad analizzare le equivalenze del dissesto, personale e sociale.

Scrive l’autore: << Ho trascorso gli ultimi giorni di febbraio accompagnando mia madre per ospedali fino alla fine dei suoi giorni. Credo che sia stato lì che il virus mi si è insediato. Ancora non si aveva percezione del pericolo incombente. Quel sabato è stato l’ultimo funerale canonico celebrato al Vantiniano. La sera stessa è uscito il decreto che fermava tutto. Il mese di marzo è stato il mese della malattia. Meno aggressiva di qualcuno che come me è riuscito a starsene a casa e più di molti altri. I nostri cervelli e i nostri sistemi immunitari fanno il loro lavoro. Sono stati i giorni del recupero di queste parole che poi, nella convalescenza d’aprile, sono diventate questa raccolta di poesie. Giorni nei quali ho fatto con i versi quello che ho fatto con il mio corpo: ascoltando poco quello che si diceva, e molto quello che sentivo.>>

Fernanda Ferraresso

https://cartesensibili.wordpress.com/2020/07/28/appunti-e-note-di-lettura-fernanda-ferraresso-la-zona-rossa-di-raffaele-castelli-cornacchia/?fbclid=IwAR1x1V0LaQ-KHmiTyQPT0jMBocIWuIYMYhssmbbt23TnfdYET_gOr21LLOM



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