- Nie wieder Zensur in der Kunst -
“L’alfabeto della crisi” di
Raffaele Castelli Cornacchia (Italic Pequod, 2013)
Pubblicato
il 23 novembre 2013 da Fabio
Michieli
Raffaele
Castelli Cornaccia
L’alfabeto della crisi
(Italic Pequod, Ancona, 2013)
L’alfabeto della crisi
(Italic Pequod, Ancona, 2013)
Non è certo un azzardo fare il nome di Ezra Pound
ancora prima di cominciare a parlare di questa raccolta di Raffaele Castelli
Cornacchia: i Cantos e soprattutto il XLV, quel With Usura che in
alcuni di noi forse risuonerà nelle orecchie per averlo ascoltato a qualche
ora insolita alla radio, o ripescato più banalmente nella rete di Youtube,
rimbalzano più volte nel fitto tessuto di questa nuova raccolta di Castelli
Cornacchia. L’alfabeto della crisi, un alfabeto inverso, dalla Z alla A,
è canto civile, è fotografia dei tempi. Con questa raccolta il poeta rivendica
il suo ruolo nella società che da decenni ormai ha relegato lui e la poesia in
un angolo buio, per pochi cultori eletti (spesso senza primarie), e racconta la
crisi in ogni sua sfaccettatura; perché non è solo l’economia a essere in
crisi: è la società, è l’uomo a non saper più trovare un punto di riferimento,
una paio di coordinate utili, quasi non ci fossero più macerie da puntellare e
con le quali ricominciare a costruire presente e futuro.
Ma è proprio la poesia a sgretolare i pochi muri rimasti in piedi, scindendo ogni singola parola per ricomporla in flussi continui di parole che si inseguono in componimenti a catena; perché non ci troviamo di fronte a singole poesie assemblate, ricomposte in una silloge, bensì a componimenti articolati in più parti/movimenti (da un minimo di due, Vero, a un massimo di dieci, Zero parole; ma i più tripartiti) nei quali sembra a volte di riconoscere un procedere simile a quello della canzone morale classica, dove si annuncia il tema nella prima stanza per poi svilupparlo nelle successive.
E se tutto questo può far venire il sospetto di essere posti innanzi a una poesia raziocinante, cerebrale, affatto lirica, sappiate che non c’è spazio per il lirismo puro quando la poesia è un’invettiva costata l’estremo sacrificio dell’io, spersonalizzato per effetto di una spoliazione discesa dall’alto («Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto / sotto questa terra / così battuta dalla pioggia / di questa notte veglie e fresca di città / … / e si potessero immaginare / quanto costano i frutti della terra e dell’acqua e quanto costa / il profumo dei pini svettanti e dei prati senza pietre quanto / quanto rendere ai padroni dei guardiani i loro favori / chiamati prestiti / quando non richiesti così / con un sorriso amaro e un po’ di farina nell’acqua / giornate che lievitano come pane e l’autografo di idoli e di eroi», Zero parole, I).
Con una lunga requisitoria Raffaele Castelli Cornacchia sbatte in faccia a tutti la realtà dei fatti, così come non avveniva dai tempi di Franco Fortini – e, anche in questo caso, non è scomodare un altro mostro sacro per dare una patente di nobiltà a questa raccolta di poesie.
Versi potenti, dilatati oltre ogni misura se è il discorso a richiedere tutto lo spazio necessario, incalzano il lettore e lo costringono al silenzio e alla riflessione («come se la storia non insegnasse che la storia si ripete / sempre giunge all’appuntamento sempre col vestito giusto / sempre come un costume…», Zero parole, II), a valutare anche le incongruenze tipiche della poesia, e perciò anche di questa poesia.
Ma è proprio la poesia a sgretolare i pochi muri rimasti in piedi, scindendo ogni singola parola per ricomporla in flussi continui di parole che si inseguono in componimenti a catena; perché non ci troviamo di fronte a singole poesie assemblate, ricomposte in una silloge, bensì a componimenti articolati in più parti/movimenti (da un minimo di due, Vero, a un massimo di dieci, Zero parole; ma i più tripartiti) nei quali sembra a volte di riconoscere un procedere simile a quello della canzone morale classica, dove si annuncia il tema nella prima stanza per poi svilupparlo nelle successive.
E se tutto questo può far venire il sospetto di essere posti innanzi a una poesia raziocinante, cerebrale, affatto lirica, sappiate che non c’è spazio per il lirismo puro quando la poesia è un’invettiva costata l’estremo sacrificio dell’io, spersonalizzato per effetto di una spoliazione discesa dall’alto («Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto / sotto questa terra / così battuta dalla pioggia / di questa notte veglie e fresca di città / … / e si potessero immaginare / quanto costano i frutti della terra e dell’acqua e quanto costa / il profumo dei pini svettanti e dei prati senza pietre quanto / quanto rendere ai padroni dei guardiani i loro favori / chiamati prestiti / quando non richiesti così / con un sorriso amaro e un po’ di farina nell’acqua / giornate che lievitano come pane e l’autografo di idoli e di eroi», Zero parole, I).
Con una lunga requisitoria Raffaele Castelli Cornacchia sbatte in faccia a tutti la realtà dei fatti, così come non avveniva dai tempi di Franco Fortini – e, anche in questo caso, non è scomodare un altro mostro sacro per dare una patente di nobiltà a questa raccolta di poesie.
Versi potenti, dilatati oltre ogni misura se è il discorso a richiedere tutto lo spazio necessario, incalzano il lettore e lo costringono al silenzio e alla riflessione («come se la storia non insegnasse che la storia si ripete / sempre giunge all’appuntamento sempre col vestito giusto / sempre come un costume…», Zero parole, II), a valutare anche le incongruenze tipiche della poesia, e perciò anche di questa poesia.
#Fabio Michieli

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