Articolo di Renato Fiorito su La Bella Poesia del 19/11/2013
martedì 19 novembre 2013
Raffaele Castelli Cornacchia
Non se ne vedono tanti di libri di
poesie come “L’alfabeto della crisi” di Raffaele Castelli Cornacchia, anzi non
se ne vedono affatto, tanto la poetica borghese ripiegata su se stessa ci ha
disabituato all'idea che la poesia possa svolgere una funzione
di impegno civile. Un genere che la liricità classica ci ha
negato in Italia, dove è tuttora egemone, in varie forme, la linea poetica
Pascoli-D’Annunzio-Saba-Penna.
La poesia di
Raffaele Castelli Cornacchia sperimenta invece un altro versante: quello dei
problemi concreti, della politica, della crisi, del lavoro, dell’economia. E lo
fa in maniera efficace, poeticamente valida, strutturalmente e sintatticamente
ben costruita.
Il libro è
suddiviso in capitoli, ognuno tratta un aspetto del mondo moderno, delle cose
che viviamo, dello spaesamento che ci colpisce, della barbarie che ci avvolge;
temi economici e a volte etici: il comunismo. Il capitalismo, la finanza e,
perfino, il mercato e il debito pubblico.
Ne "La
crisi economica" felicissimo è l'incipit:
“Quanto
costa caro tutto quello che/ se ne sta nascosto / sotto questa terra…”
Inizia cosi
un’arringa antisistema, ricca di immagini, di similitudini, di metafore, di
rabbia, che però fluisce dentro un preciso alveo stilistico, non straripa, non
diventa petulante, ma mantiene una eleganza lessicale, un suo ritmo ammaliante
e sorprendente. Sotto l’impulso della febbre compositiva le immagini sorgono
all’improvviso, non sempre logiche, in verità, non sempre congrue, ma
piacevoli, libere, efficacemente poetiche. E questa arringa dura per tutto il
libro, seguendo un suo chiaro percorso logico che passa dal tema della crisi
economica, all’egemonia culturale, alla demagogia al comunismo, anche qui con
un felice incipit:
"Cosa
vuoi che ti dica i temporali si dissolvono da soli…".
E poi tutto
un mondo di personaggi, ombre e suggestioni che, come in “Socialismo”, appaiono e spariscono, folgoranti come in un
temporale che non passa:
“Possiedo dei figli e un orario/ al mattino oltre a un
padrone / un prete e giocatori di carte / un bel gruppo, chi meglio e chi
peggio / sarebbe nostra con le carte giuste / la roba del prete e del padrone /
su questo tavolo di giocatori /con mani sante, carte sfortunate.”
“Del resto” ci dice l’autore “ho sempre creduto che chi ha un pubblico
abbia anche, forse, non soprattutto, il dovere morale (civile?) di partecipare
attivamente al dibattito culturale (politico?) che anima le vite reali delle
persone, fatte sì di intimo estetico, ma soprattutto di quotidianità da
descrivere e da interpretare. “